giovedì 28 ottobre 2010

Questione di nome

Fedele alla linea per la quale, quando cambio le scarpe che uso per correre, viene dato il giro anche a quelle per il tempo libero, le Nike Vomero prendono il posto delle Mizuno che, a loro volta, escono definitivamente di casa;
new entry nello scenario running sono le Asics Gel Cumulus 12 che affiancano le più leggere Asics Gel Stratus 3.
Asics è indubbiamente la mia marca preferita anche se, a onor del vero, ho provato le Reebok Premier Verona Supreme che, al di là di quell’intrigante “Verona” (proprio qui a Verona), me le sono sentite molto bene addosso.
Qui la differenza l’ha fatta solo ed esclusivamente il nome Asics.

martedì 19 ottobre 2010

Correre lontano dai pericoli della città...

articolo tratto da MONTAGNA.TV

VALGREGHENTINO, Lecco - E’ forse l’aggressione di un cervo in amore la spiegazione della misteriosa morte di un 59enne lecchese, trovato dissanguato e ferito nei boschi tra Valgreghentino e Olginate circa una settimana fa. L’ipotesi, incredibilmente simile all’incidente accaduto in Canada con una capra delle nevi, sta preoccupando gli abitanti del paese.
Sulle prime, sembrava che l’uomo fosse rimasto vittima di una brutta caduta. Uscito di casa venerdì sera per andare a correre come faceva di solito, era stato trovato senza vita nel bosco da un cacciatore la mattina dopo, con fratture esposte della tibia e del perone. Aveva perso molto sangue, che aveva cercato disperatamente di tamponare prima di perdere conoscenza e spirare.
Una volta recuperata la salma, però, familiari e inquirenti si sono accorti di altre ferite all’inguine e ai glutei e di diverse lacerazioni alle mani. “Erano in diversi punti, sembravano tracce di un combattimento” ha detto il fratello dell’uomo al Giornale di Lecco.
Così, è nata l’ipotesi dell’aggressione da parte di un cervo, che molte volte è stato visto nella zona. In questo periodo, l’animale vive la stagione degli amori e fra i maschi sono frequenti i combattimenti. Le ferite, secondo i medici, sarebbero compatibili con un attacco ripetuto da parte dell’animale.

lunedì 18 ottobre 2010

Superenalotto

Sabato mattina. Corro a sensazione avendo come unico obiettivo quello di chiudere un casuale anello abbastanza lungo con andature relativamente lente.
Al rientro schiaccio lo stop e vien fuori che, fatalità, ho corso venti km tondi-tondi in cento minuti tondi-tondi.
Sull’onda della simpatica e stravagante casualità, gioco la schedina del Superenalotto (hai visto mai, magari è la volta buona…).
5 riquadri da 6 numeri ciascuno, un totale di 30 numeri su 90 disponibili.
Nemmeno a farlo apposta! Prosegue la tendenza e totalizzo uno zero tondo-tondo.

mercoledì 6 ottobre 2010

Le ragazze con l'asinello

La Repubblica
Gruppo Editoriale L’Espresso SpA


Lettera: Le ragazze con l'asinello.

"Io sono un viandante, diceva Zarathustra al suo cuore. Infine non si vive se non con se stessi" (Nietzsche)

Uscendo dalla stazione di Mestre per avviarmi verso il garage dove tengo la macchina, mi sono trovato di fronte a qualcosa a dir poco inconsueta. Due ragazze, in compagnia di un asinello, camminavano tranquillamente, assolutamente incuranti di quanto le circondava. Erano circa ventenni e se ne andavano semplicemente in giro per l'Italia, in compagnia del loro fidato amico, a piedi, per conoscere città, luoghi, persone, cose.
Guardarle è stato per me un nuovo respiro. C'era qualcosa di biblico in loro, nei loro occhi sorpresi del mio sorprendermi, nel loro abbigliamento di pantaloni di tela, scarponcini adatti a chi deve molto camminare, giubbotti dotati di strisce rifrangenti per essere visibili al buio. Avevano disposto due zaini sulla schiena del loro asinello, si erano munite di bastoni utili per il loro cammino, ed erano semplicemente andate.
Sono stato totalmente preso dalla bellezza della situazione. Cosa c'è, mi sono chiesto, nel cuore di due ventenni che se ne vanno in cerca di briciole di verità, a modo loro, incuranti della fitta ottusità che ci circonda, della sgangheratezza di questo mondo che ci bombarda di "valori" demenziali?
Mi sono sentito commosso e pieno di gioia.
Fabio Lombardo

Risponde: Umberto Galimberti

Tutti noi viaggiamo, ma, a differenza di quelle due ragazze, non siamo "viandanti", ma semplici "viaggiatori" diretti in un Luogo, che non sanno nulla dei paesaggi che li separano dalla meta, puri interluoghi tra una partenza e un arrivo. Camminando senza una meta all'orizzonte per non perdere le figure del paesaggio, le due ragazze spingono avanti i loro passi, ma non con l'intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l'amore, la verità, la salvezza, ma unicamente i doni del paesaggio, che solo il viandante è in grado di percepire, perché sa che è il paesaggio stesso la meta, basta guardarlo, sentirlo, accoglierlo nell'assenza spaesante del suo senza-confine. Facendola uscire dall'abituale e quindi dalle sue abitudini, caro Fabio, le due ragazze con il loro asinello l'hanno esposta all'"insolito", dove è possibile scoprire, ma solo per una notte o per un giorno, come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l'iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, la macchina fa tecnica, in quella rapida sequenza con cui si succedono le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata, perché, al di là di ogni progetto orientato, il nomade sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l'abbraccio totale è follia. Ma per noi, che a differenza del viandante, "viaggiamo", che ne è dell'intervallo tra l'inizio e la fine? Che ne è del cammino per chi vuol arrivare? Per chi vuol arrivare, per chi mira alle cose ultime, ma anche per chi mira alle mete prossime, del viaggio ne è nulla. Le terre che egli attraversa non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia per "arrivare", non per "conoscere". Così il viaggio muore durante il viaggio, muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con il viaggio muore l'Io stesso fissato sulla meta e cieco all'esperienza che la via dispiega al viandante che sa abitare il paesaggio e, insieme, al paesaggio sa dire addio. L'escatologia religiosa e la progettualità laica inaugurano un viaggiatore che tratta i luoghi che incontra come luoghi di transito, tappe che lo avvicinano alla meta. Per lui i luoghi diventano "interluoghi" in attesa di quel Luogo che è la meta stessa, la patria ritrovata, la vita realizzata, la stabilità raggiunta. Inutilmente la via ha istituito viandanti, le nostre orecchie sono sorde alle loro voci e a quelle dei luoghi, le sirene della "meta" e del "ritorno" hanno cancellato ogni stupore, ogni meraviglia, ogni dolore. L'attesa del Regno ha ridotto la via a "interregno", terra di nessuno prima delle cose ultime, anche se in quella terra di nessuno trascorre poi la nostra vita, che non è una corsa verso la meta, ma uno spazio concesso all'umano come sua terra che non è patria, ma semplice via, che si muove tra le macerie dei templi crollati e nel silenzio degli oracoli e delle profezie.